via Saluzzo 61 Torino
+39 3383134613
comunicazione efficace

Comunicazione efficace: ne parliamo con Manuela Leonessa.

Vi accorgete mai quando le persone travisano quello che dite? Siete convinti che sia davvero poca la gente che vi capisce veramente? Fate fatica a esprimere i vostri bisogni? Peggio ancora, avete la sensazione che nessuno vi ascolti?

Parliamo di comunicazione efficace.

Quando si parla di comunicazione efficace ci si riferisce alla capacità di sapersi esprimere, a livello verbale ma anche non verbale, in modo appropriato in base al contesto e all’interlocutore. La comunicazione, infatti, non è mai a senso unico. È un’attività cooperativa tra più persone, e il messaggio non è mai dato a priori dal solo emittente, ma deve tener conto dell’interlocutore, che contribuisce a costruire l’interazione comunicativa (Bara, Pragmatica Cognitiva , Torino, Bollati Boringhieri, 1999.)

Quindi se nessuno mi capisce di chi è la colpa? Non parliamo di colpe, però analizziamo il concetto. La comunicazione richiede due attori, mittente e ricevente. Richiede anche un canale che può essere il telefono, l’email, o semplicemente l’etere.
Tre elementi, dunque, alla base di un’operazione apparentemente semplicissima: io parlo tu ascolti e magari anche viceversa.

E se uno di questi elementi funziona male? Prendiamo un mittente: voi.E un ricevente a caso: vostro marito.
ll ricevente a caso ha un vizio: quando si lava i capelli, lascia lo shampoo sul lavandino. Sempre. La cosa vi dà una noia tremenda.
Da quanti anni siete sposati ? Diciannove? Benissimo, sono diciassette anni che gli chiedete di rimettere lo shampoo a posto. I primi due anni non fanno testo, eravate troppo innamorate per accorgervi di qualsiasi difetto fosse portatore sano il vostro uomo.
Sono diciassette anni che lui se ne infischia. Se ne infischiava anche i primi due, ma non fa testo perché eravate troppo innamorate per accorgevi di quante cose lui si infischiasse.

Entriamo nel vivo: gli errori nelle comunicazione efficace

Oggi cerchiamo di spiegare a nostro marito che rimettere le cose a posto dopo l’uso non è un optional, che l’ordine renderebbe la vita più semplice ad entrambi. E lui che fa? Aggressivo come una clava, ci rinfaccia che rimette continuamente a posto le cose che lasciamo in giro noi.  E per giunta lo fa senza appendere manifesti per la casa e senza fare tante storie. Poi se ne va al lavoro senza neanche darci un bacino.

Perché si è arrabbiato? Non capiamo, era mica una proposta indecente la nostra. Cos’è che gli ha dato davvero fastidio? E se fossimo noi ad aver trasmesso il messaggio male? Occhio, perché adesso entriamo nel vivo dell’argomento. Trasmettere male un messaggio non significa, sempre, usare le parole sbagliate, è piuttosto una questione di accessori. Sfumature, sottintesi ed intenzioni,

Rifaccio la scena, e cerchiamo di capire cosa non ha funzionato: siamo di fronte allo specchio, lo shampoo risplende sul lavandino bianco. Praticamente ci irride. Ci sforziamo di mantenere la calma, in fondo, quello che vogliamo non è litigare, ma ritrovare lo shampoo al proprio posto. Andiamo alla ricerca di nostro marito, lo troviamo inginocchiato, con i capelli che sanno di buono, impegnato a cercare la seconda scarpa sotto al divano in camera da letto.

“Che fai?”
“Non trovo l’altra scarpa. Mi aiuti?”
“Non ricordi dove l’hai messa ieri?”
“L’ho messa a posto accanto all’altra.”
“Se l’avessi fatto sarebbe lì, no? Perché non ammetti che lasci le cose dove capita senza neanche rendertene conto?”
Poi non riusciamo a resistere e aggiungiamo: “Come lo shampoo, poco fa.”

Nostro marito ci lancia un’occhiata di avvertimento, ma è ovvio, noi non ci lasciamo avvertire. Possibile che non ammetta mai i suoi errori? Se la scarpa non è al suo posto vuol dire che non è lì che l’ha messa. Se non ammette di lasciare le cose dove capita senza rendersene conto, come farà a correggersi? Cerchiamo di trasmettergli questo concentrato di buonsenso con tutta la calma che riusciamo a racimolare. Lui ci ascolta e poi ci spiega che si ricorda benissimo di quando è rientrato a casa, ricorda di essersi tolto le scarpe e di averle messe una accanto all’altra. Poi non riesce a dire altro perché noi lo interrompiamo.

Primo errore da evitare nella comunicazione efficace

Nostro, non dei mariti. Indipendentemente dalla bontà della nostra obiezione (che è ancora da dimostrare), interrompere chi sta parlando non giova alla comunicazione, anzi, può essere interpretato come un atteggiamento di superiorità o addirittura aggressività. E ovviamente nostro marito aggredito si sente, il suo tono cambia, da circostanziale diventa arrogante. Che palle questi uomini subito sulla difensiva.

“Che c’entra lo shampoo adesso?”. Però lo sentiamo che cerca di contenersi, ovvio, ha ancora bisogno di noi

“Mi vuoi aiutare a trovare la scarpa che sono già in ritardo?” Cominciamo a muoverci a caso per la stanza, , vorremmo aiutarlo davvero, ma non sappiamo da che parte iniziare.

“Ma dov’eri quando te le sei tolte?”

“Ma ero là” ci risponde collaborativo indicando la scarpiera.

Se lui smorza i toni allora li smorziamo anche noi, in fondo quello che ci interessa è imbastire un dialogo. O meglio dirgli quello che abbiamo da dirgli, per il dialogo poi si vedrà. Così tentiamo la strada dell’umorismo, tanto per sciogliere la tensione.

“Quindi la scarpa stanotte se ne è andata in giro da sola. Stai sereno, magari è già in ufficio che ti aspetta.”

Secondo errore.

Se l’essere spiritosa si risolve in una battuta sarcastica è meglio lasciar perdere. Fare una battuta al momento sbagliato con l’intento di sciogliere il ghiaccio, in certi casi congela in altri infiamma. Raramente risulta appropriata. Il sarcasmo può generare disappunto, imbarazzo o persino far sentire il marito umiliato.

Ma nostro marito è uno tosto, apposta l’abbiamo sposato, e non ci sta. Nossignore, non si lascia umiliare dal nostro sarcasmo, e parte con un pistolotto incoerente sulla nostra scarsa disponibilità di fronte ai suoi problemi. E’ un discorso che abbiamo sentito mille volte, e ne conosciamo la fine. Allunghiamo lo sguardo verso l’orizzonte con aria rassegnata. E ci scappa pure uno sbadiglio

Terzo errore. La comunicazione efficace inizia davvero a risentirne

Lo sguardo è tra gli aspetti che incide di più nella comunicazione.  A maggior ragione è fondamentale per una comunicazione efficace. Anche se il discorso non ci interessa, guardare eviterà che il marito avverta una mancanza di rispetto. Per quanto disordinato sia non se lo merita.

Comunque non resistiamo, lo interrompiamo nuovamente, tornando al primo errore senza passare dal via e alzando leggermente la voce per sovrastarlo (quarto errore, ma che alzare la voce sia aggressivo non devo spiegarvelo io). Con volume superfluo dunque, lo esortiamo a offrire sostegno oltre che a pretenderlo, perché lasciare lo shampoo sul lavandino, non ci predispone alla cooperazione. E stavolta lo fissiamo ostinatamente negli occhi, per sottolineare tutta la nostra determinazione.

Quinto errore

Se distogliere lo sguardo non è bello, tenerlo troppo fisso non è da meno, perché innervosisce l’osservato convincendolo che, in lui, ci sia qualcosa che non va. Ma porca miseria, non ne facciamo una giusta! È mai possibile? Se cerchiamo di essere spiritose non va bene, se distogliamo lo sguardo neppure, se lo teniamo fisso sbagliamo un’altra volta.

Sapete che c’è? Non facciamo più niente. Irrigidiamo il viso in una maschera inespressiva e ci limitiamo ad ascoltare. Né rabbia né rancore, né ostilità né indifferenza. Vediamo se trova ancora qualcosa da ridire sul mio modo di comunicare. Ho perso il conto, a che errore siamo? Sesto, giusto?

Sesto errore

Un’espressione troppo vuota rischia di trasmettere indifferenza e l’indifferenza risulta umiliante. Lo capiamo, almeno una volta nella vita tutti abbiamo vissuto un’esperienza simile, non è così? Senza contare che anche quando crediamo di non stare facendo niente, inconsciamente, con quel ricevente di nostro marito, condividiamo un’infinità di messaggi e sensazioni.

Se cerchiamo di mantenerci impassibili o addirittura sereni, ma dentro ribolliamo di tutt’altro, non ci crederà nessuno, tantomeno lui. Se verbale e non verbale non combaciano non si può nascondere, per essere congruenti è necessario vivere ciò che si racconta, perché quello che diciamo è molto meno importante di come lo diciamo.
Dunque che si fa? Esiste una ricetta, delle indicazioni, qualcosa, insomma, che ci permetta di migliorare il nostro stile comunicativo? Qualcosa insomma che ci dia modo di accedere ad una comunicazione efficace? Ne parleremo alla prossima puntata.

Photo by Matthew Henry from Burst