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Meditazione sul tappetino

Meditazione sul tappetino di Sonia Del Secco

Ero velocissima, tanto che mio fratello mi faceva sfidare i fratelli dei suoi compagni, puntavano su di me e io schizzavo come un fulmine e battevo tutti. Ma il mio segreto era che non volevo schiene davanti a me, allora non è più che corressi, ero corsa, scivolavo in avanti a petto spalancato verso un’apertura. Quando la ripetizione e la forzatura o peggio la competizione hanno cercato di prendere il posto di questa esperienza, ho perso ogni gioia e non ho più saputo correre così forte, perché non sapevo di aver perso il vuoto. Ma è rimasta l’esperienza di giocarmi solo per il grande spazio, di rinunciare alle esperienze che mi chiedono poco, che mi chiedono una perdita di vastità

(da Chandra Livia Candiani “Il silenzio è cosa viva : l’arte della meditazione”)

Come lo yoga ti insegna la meditazione? E a che ti serve imparare a meditare?

La meditazione è un’esperienza interessante, perché rimette in discussione degli schemi che sono consolidati nella nostra testa, schemi che in modo involontario spesso ci limitano nelle aspettative, nelle performance e nel nostro modo di vedere e di vederci nel mondo.

Meditare ci dà il senso di una vastità come dice Chandra Livia Candiani e ci riporta in un contesto più ampio dove ci sentiamo parte di un flusso vitale. Passare dalla solitudine di me che faccio cose alla piacevolezza di me che non faccio quasi altro che lasciarmi trasportare dal flusso delle cose è molto liberatorio.

Si tratta di imparare ad arrendersi. E tu mi dirai: bella forza arrendersi! Già, bella forza… la resa stai attento però non è sempre una posizione passiva, la resa può essere molto attiva. Ovvero non si tratta di smettere di fare, si tratta di fare nella consapevolezza che non tutto è merito della tua ragione. Di fare sapendo che quello che fai è il contributo che dai ad un fare più alto più vasto, dove tutto è interdipendente. E come applico tutto questo al tappetino? Come porto sul mio corpo fisico questa resa?

meditazione

Meditare è un percorso

Mi esercito a non forzare, a non essere in competizione, né con me né con gli altri. La mia vicina di tappeto è il campione olimpico di ginnastica artistica e si contorce come un cobra senza una goccia di sudore sulla fronte, un lamento, una ruga, e io non sollevo le braccia oltre un certo limite? Chissenenfrega! Magari la ginnasta nella posizione del baobab annodato al palo sta pensando ai cavoli suoi da venti minuti e nemmeno lo sente quello che i suoi tendini, i suoi muscoli, le sue mandibole stanno dicendole… non è qui, o meglio il suo corpo figo lo è, ma lei non è nel corpo. Non è corpo. In quel momento.

Non basta avercelo un corpo per essere corpo. Essere corpo significa annullare la mente, meditazione è e stare lì, con quello che c’è, così com’è. Perché se la mente della ginnasta è al fidanzato che la fa arrabbiare, al conto in banca, alla prossima gara, uscirà dalla pratica più stanca e più stressata di prima, perché sì è vero che avrà strecciato il suo corpo ma non avrà strecciato la sua mente e le due cose vanno di pari passo ovvero ti devi confrontare per la vita intera con l’uno e l’altra.

Meditare sul tappetino

E allora meditare al tappetino vuol dire stare nella postura che i testi dicono dover essere stabile e comoda (e tu guardi ancora la ginnasta arrotolata e ti dici comoda dove?), ascolta me, chiudi gli occhi fregatene della cavolo di wonder woman che ti sta accanto. Dicevamo: stabile e comoda, ovvero prova a permetterti di tenerla quella postura in modo da non sentire alcun dolore, alcun fastidio, aggiustatela sulla tua persona, riconosci pure di avere dei limiti ma sappi che la pratica costante i limiti li sposta fino a superarli.

E poi respira e ad ogni espiro arrenditi un po’ di più, alla posizione, vedrai che la tua testa nel piegamento si avvicinerà impercettibilmente di più al tuo ginocchio finchè il tuo janu shirsha asana sarà perfetto. Potrebbero volerci mesi o anni, ma se arriverai a dei risultati non sarà per volontà ma per resa. Arrenditi e abbandonati, vivi le sensazioni, i tendini dietro al ginocchio che tirano un po’ il calore che si sviluppa nella tua zona addominale la distensione piacevole della schiena e quella naturale e morbida attrazione della forza di gravità. Immergiti completaamente nelle profondità della meditazione.

Un tempo diverso nella dimensione meditativa

Ti accorgerai che potrebbe piacerti così tanto quella forma che potresti addormentartici quasi. Contatterai la sensazione all’inizio anche un po’ estranianate del tempo che non ti sembra più eccessivo di tenuta e sperimenterai il tempo diffuso, la dilatazione dello stesso. Tante volte nelle mie classi di yoga mi sono sentita dire alla fine: è già passata un’ora e un quarto? Ma come è possibile?

Esercitati a lasciar andare, non tutto è sotto il nostro controllo, viviamo in un flusso come i pesci nel mare, loro mica lo sanno che oltre l’acqua c’è il cielo, seguono la corrente! Lasciati trasportare anche tu dalla corrente, del tuo respiro, della tua sensazione, sii il tuo corpo, adesso, in questo momento: cosa conta quello che accadeva ieri o accadrà domani se il tuo tempo è tecnicamente solo questo, non perderlo stacci dentro.

Eserciterai in modo semplice la tua facoltà di fare vuoto nella mente perché sarai così impegnato ad ascoltare il tuo corpo e il tuo respiro che non resterà più spazio per i pensieri. E come diceva il mio maestro potrebbe essere che cadi e allora ti rialzi e ricominci, cado-ricomincio, cado-ricomincio… un bel giorno non cadrò più e sarò un individuo nuovo, più connesso, più unitario, più stabile e più comodo nella mia stabilità. E mica solo al tappetino.

Un esercizio da fare a casa se vuoi per cominciare a prendere confidenza lo trovi qui.

(Photo credits: Yoga at Lady Bird Lake, Earl McGehee, “Jenna in front of her favorite tree on Lady Bird Lake on a beautiful winter day in Austin”)

Photo by Matthew Henry from Burst